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Capitolo I

E così... volete ascoltare la mia storia. La storia di un misero mezzosangue. Ebbene, vi accontenterò. Vi farò giungere nei meandri più profondi delle mie memorie. Dei miei pensieri. Del mio passato, della mia storia. Laddove mai nessuno è riuscito. Devo però informarvi che la storia che sto per narrarvi non è una storia piacevole. Tratta di fuoco, distruzione, tradimenti... Violenza, molta, ma soprattutto: pazzia.

Tutto cominciò una oscura, fredda notte invernale di cento ottanta due anni fa. Una notte nella quale fu commesso un grave crimine. V’era in mezzo alla foresta uno sperduto villaggio, popolato da poveri, innocenti quanto miseri e stolti umani. Essi vivevano felici nella loro ignoranza, rifiutando d’accettar qualunque cosa fosse estranea alla loro piccola realtà. Ivi viveva mia madre, il cui nome era Lirin. Era giovane in quei giorni. Aveva soltanto tredici anni. Era innocente. Ma colma già di tutto il disprezzo e l’arroganza della sua specie.

Erano in molti. Un esercito. Arrivarono in mezzo alla notte, distruggendo e bruciando tutto al loro passaggio... così come un’onda di maremoto s’abbatte sulla indifesa terra e la priva d’ogni forma di vita, così loro distrussero tutto nella loro scia. Essi erano drow. Un Clan di drow rinnegati... espulsi dall’Underdark. Mio padre era il loro capo, da essi eletto. Contraddizione in termini, dato il suo albinismo.

Comunque... quella notte di fuoco e fiamme, il drow col suo Clan arrivarono e distrussero tutto, per il puro divertimento di farlo, e razziarono tutti i cibi e i raccolti del villaggio, per necessità di sopravvivere. Mio padre trovò l’innocente ragazzina. Decise che sarebbe stata un’ottima occasione per divertirsi un po’. Quella notte la piccola bambina perdette tutta la sua innocenza... mio padre depose in lei il suo seme.

Nove mesi più tardi, la ragazzina si ritirava in mezzo alla foresta, per partorire. Odiava dal più profondo del cuore l’essere che era cresciuto durante nove mesi nel suo grembo, creatura a causa della quale aveva sopportato nove lunghi mesi di emarginazione: gli abitanti del villaggio la odiavano... la scansavano, ed evitano, perchè portava in sè il frutto di un’unione proibita e maledetta, risultato del Caos e della Distruzione.

Così portò con se un pugnale, pronto ad usarlo non appena la creatura che fosse uscita dal suo grembo avesse emesso i primi vagiti. Tuttavia, fu proprio in quel momento, quando si preparava a calare il mortal colpo su suo figlio, che ella sentì un’altra fitta lancinante, ed un’altra creatura, femmina questa volta, uscì dal suo corpo, bagnata nel suo sangue. Aveva partorito due gemelli. Un maschio e una femmina. Capelli nerissimi, talmente da apparir innaturali... creavano uno strano e inusuale contrasto con la carnagione inusitatamente pallida. Ne fu terrorizzata. E ancor più lo fu nel momento in cui i due piccoli mezzosangue aprirono gli occhi... rivelando due iridi d’un intenso color dell’oro. Il colore degl’occhi posseduto da coloro che erano stati maledetti dal Destino.

Nuovamente prese in mano il pugnale, decisa questa volta a usarlo... fino in fondo. Tuttavia volle il Fato che proprio in quel momento un giovane cacciatore del villaggio, venisse attratto dalle sue urla di dolore provocate dal momento del parto. Egli fu intenerito dai piccoli mezzosangue... e impedì a mia madre uccidere me e mia sorella.

Così fu che lei perdette la sua opportunità, e dovette tornare esausta al villaggio. Perchè quel giovane, dopo aver fermato la sua mano, decise di riportarla, insieme alle due piccole creature, di ritorno al medesimo, ove fu indetta una riunione, riunione che mirava a decidere cosa sarebbe stato di noi.

È curioso, come ci sono certe volte in cui gli altri decidono della nostra vita, senza che noi possiamo far nulla per impedirlo, e cambiano così per sempre il nostro destino. E noi, impotenti... senza far niente, a parte osservare. In quella riunione fu deciso che sia io e mia sorella saremmo sopravvissuti, essendo tutti troppo codardi per prendersi il compito di calar sui nostri corpi il mortal colpo. Fu deciso altresì che saremmo rimasti con nostra madre, dato che tutti erano anche troppo codardi per crescere due mezzosangue maledetti come figli loro... La piccola ancor ragazzina nostra madre non doveva ucciderci, ne permettere per inazione che morissimo, pena l’espulsione dal villaggio. Per lei l’espulsione dal villaggio significava la morte. Anche odiandoci dal più profondo del cuore, ella fu costretta a accudire a noi. E a crescerci come suoi figli.

Passarono così sei inverni... sei inverni che accompagnarono i seguenti sei anni. Anni che videro me e mia sorella crescere... da soli. Odiati, maltrattati, costantemente picchiati da quella bambina che ci aveva dato alla vita. Sei anni nei quali crescemmo costantemente evitati dagli abitanti del villaggio, che avevano paura di noi, del nostro sangue misto... del colore dei nostri occhi. Furono sei anni in cui io e mia sorella crescemmo senza un nome.

Ma a noi non importava. Stavamo insieme. Tutto ci scivolava addosso, finchè ci avevamo l’un l’altro. Il nostro era un legame che nemmeno l’odio di tutto il mondo avrebbe mai potuto spezzare.

Fu a quell’età, ai sei anni, che io e mia sorella cominciammo a lavorare. Facendo miseri lavoretti altrettanto miseramente retribuiti offertici dalle poche caritatevoli persone che osavano prenderci al loro servizio, sopravvivemmo per i seguenti due anni, portando a nostra madre poche monete che lei prevalentemente spendeva per fomentare la sua nuova adizione all’alcool. Non rare furono le volte in cui, ubriaca fino al midollo, ci percosse con tutta la furia e l’odio che provava verso di noi da innumerevoli lunghi anni. Non rare furono le volte in cui io stesso dovetti curare le ferite sul corpo di mia sorella... e non rare furono le volte nelle quali lei dovette accudire me.

Così trascorsero due anni, nei quali il mio odio verso quella umana che aveva osato diventare mia madre non faceva che crescere... due anni nei quali io e mia sorella lavorammo come semplici muli da soma ordinari unicamente per permettere a nostra madre punirci più comodamente per il grave errore commesso di nascere.

Fino a che un giorno, un saggio anziano del villaggio, uno dei pochi che ancora non ci osservava con odio e terrore, ci prese sotto suo servizio continuo. Il suo nome era, lo ricordo benissimo, Frederick Boris Harrison. Egli non solo ci dette paga continua a cambio di lavoretti assurdamente facili, bensì cominciò anche a impartirci una cultura. Ci insegnò le basi sulle quali funziona il mondo... ci raccontò di eventi accaduti in passato, di grandi guerre e di eroiche imprese. Oltre a impartirci i rudimenti della scrittura, della letteratura e delle matematiche.

E non solo. Oltre a tutto ciò, l’anziano Frederick ci raccontò anche innumerevoli leggende... fu durante una di queste che udii per la prima volta parlare dell’eroe Thaliorod. Udii affascinato le numerose imprese compiute da questo.. ed ogni volta provavo più ammirazione. Pensavo fra me e me che un giorno sarei riuscito a fare le stesse cose... se non meglio. Avrei fatto vedere a tutti coloro che consideravano me e mia sorella due miseri scherzi del Destino, che cosa ero realmente capace di fare. Gliel’avrei fatta vedere al mondo intero.

Tuttavia, purtroppo, non durò. Arrivò il giorno in cui, circa due anni dopo, mia madre richiedette della presenza di mia sorella in casa. Non ho mai saputo perchè la volesse con se. Tuttavia so che mi tolse l’unico sostegno durante estenuanti giornate di lavoro che avessi mai avuto. Il mio odio crebbe fino ai limiti. Ma non potevo fare niente. Mia madre aveva anche, non ho mai capito come, saputo delle nostre visite all’anziano Frederick, e mi proibì categoricmente tornare da lui.
Ovviamente io non le obbedii, e tornai da lui. Ma la sera stessa, lei che, non so come, l’aveva gia saputo, mi castigò severamente.
Fu così che dovetti riprendere le estenuanti fatiche giornaliere, stavolta da solo, stavolta lavorando il doppio per portare a casa bottino ben più miserrimo di quanto non avessi mai portato in precedenza.

Ciò durò per non poco tempo. Fino alla notte che cambiò radicalmente la mia vita. E quella di molte altre persone. Quella notte, quando tornai a casa, vidi mia sorella, a terra, la faccia una maschera di sangue che le usciva dalla bocca, dal naso e da una grande ferita sulla fronte, a terra. Mia madre torreggiante su di lei, ansimante. Le sue mani sporche di sangue. Il sangue di mia sorella. Mi paralizzai. Lei sembrava morta. Mia sorella. Esanime a terra... repirava ancora, ma molto... troppo debolmente. Immediatamente, dopo la disperazione, sentii montare la rabbia... una furia incontrollata che mai prima s’era impossessata di me con quella forza. L’avrei uccisa. L’avrei fatta a pezzi.

Mi scaglia su mia madre, animato da un poderoso e devastante desiderio di vendetta... ciò non fece che far infuriare mia madre. Una bottiglia rotta di alcool giaceva a terra. Prese un coccio. Quello le tagliò la mano, facendola sanguinare. Ma lei non ci fece caso. Il volto deformato dalla furia, tentò di uccidermi. Cercò di uccidermi con un coccio di bottiglia. Bisogna essere totalmente pazzi, no?
Io mi difendei come potevo. Caddi a terra, travolto dall’umana, ma riuscii a darle un calcio al ginocchio che le fece perdere l’equilibrio e cadere sopra di me. Al cadere i cocci di vetro che reggeva mi tagliarono la guancia destra, infliggendomi quattro ferite diagonali, da sotto l’occhio destro fino alla base della mascella.
Riuscii a divincolarmi. Ma quando mi alzai, mia madre già si stava alzando nuovamente, pronta a un nuovo assalto.

Non ebbi altra scelta. Fu l’unica cosa sensata che potei fare in quel momento. Mi voltai... e fuggii.. Dovetti abbandonare mia sorella. Al posto stavano accorrendo svariati uomini attratti dalle urla... forse sarebbe riuscita a sopravvivere. Mi ripromesi solennemente che sarei tornato... e l’avrei salvata. L’avrei portata via da quel posto... verso un luogo indubbiamente più felice.

Corsi. Corsi e corsi e corsi. Corsi lungo i sentieri del villaggio. Corsi fuori, verso la foresta. Corsi e corsi, fino a che fui così addentro fra la fitta vegetazione che non ebbi più idea di dov’ero. Lì, ancora sanguinante dalla multiple ferita al viso, esausto, caddi. E mi addormentai.

Quando mi sveglia mi ritrovai in un posto del tutto nuovo e sconosciuto... la prima cosa che vidi fu un umano, che mi dava la schiena. Al fianco, infoderata, aveva, lo ricordo benissimo, un’ascia bipenne. Mi terrorizzai... credetti che gli uomini del villaggio m’avessero trovato e riportato al medesimo, per punirmi. Indi vidi il resto del posto. Era una radura. Una radura in mezzo ad altissimi alberi, sui quali rami v’erano varie case in legno, unite da ponticelli traballanti... e tutt’attorno, decine e decine d’umani, fra uomini, donne, vecchi e bambini.

In seguito appresi che era una comunità di banditi della foresta. M’avevano trovato svenuto nella foresta... in un primo momento, da ciò che mi dissero, volevano uccidermi, in quanto mezzosangue... poi qualcuno di loro se ne uscì con la brillante idea di raccogliermi... e di usarmi come loro servo. Avevano bisogno di qualcuno a cui poter affibbiar i lavori più pesanti... qualcuno di cui nessuno avrebbe mai sentito la mancaza. Qualcuno che mai nessuno sarebbe venuto a reclamare. Ed io facevo al caso loro.


Capitolo II

Così fu che inizò per me un lungo ed estenuante periodo di duro lavoro, generalmente ricompensato da bastonate, periodo che durò per sei anni. Tuttavia non mi fu inutile. Anche se il mio odio verso quegli umani era grande, varie volte essi mi portarono con loro nelle loro scorribande, come scudiero. Fu in quelle occasioni che io ebbi modo di imparar a utilizzar le armi... fondamentalmente l’arco e frecce. E pugnali. Per questo ero felice.

Col tempo imparai ad avvicinarmi di soppiato alle mie ignare vittime, aiutato in ciò dalla mia agilità e sensi tipici della mia razza. Fu così che imparai ad uccidere. Di soppiatto, a tradimento, alle spalle, o repentino come un fulmine a ciel sereno, avviso di morte scritto sulla punta avvelenata di una freccia. Col tempo essi impararono che quei lavori era meglio lasciarli a me, dato che ero decisamente piu avvantaggiato. Diventai l’assassino ufficiale della banda.

Ma anelavo ritrovare mia sorella. Non poche furono le occasioni in cui cercai di scappare. Svariate volte, nei miei turni di guardia, cercavo di sgattaiolare via da quella radura, per tornare al mio antico villaggio, e portare via mia sorella da lì.

Ma sempre fui ostacolato all’ultimo momento. Sempre, per quanto repentini e ben congeniati fossero i miei piani di fuga, gli umani riuscivano a riportarmi alla loro base, e dopo mi bastonavano per aver tentato nuovamente di fuggire.... Col tempo fui costretto a rinunciare, e ad aspettare l’occasione proprizia, mentre il mio rancore verso quegli stolti e miseri umani che mi trattenevano contro la mia volontà cresceva, e cresceva.

Passaroni gli anni. Col tempo, l’odio divenne il mio motivo di vita. Dimenticai le persone contro cui provavo quell’odio... ormai esisteva solo questo. Ormai non pensavo più a mia madre... non pensavo più ad ucciderla, e a vendicarmi. Semplicemente pensavo che tutti sarebbero morti per mano mia. Gli umani per primi. Nessuno escluso. Col tempo, lentamente, cominciai a dimenticare incluso mia sorella.

Tutto rimase immutato, fino a una notte fredda, nel quale alcuni uomini del Clan, fra cui il Capo, un perfido grassone col quoziente intellettivo di un lombrico di nome Bruno, si aggiravano per la foresta, con me alle calcagna, alla ricerca di un qualche prezioso bottino.

Quando giungemmo a una piccola radura, vedemmo una ragazzina vestita di pochi stracci, seduta su un masso, da sola. In mano aveva un macete col quale giocherellava distrattamente, ma era più che ovvio dalle sue parvenze di bambina fragile, timida e svagata che non l’avrebbe mai usato. Non era ciò che cercavamo... ma Bruno decise che sarebbe stata un’ottima occasione per divertirsi.

Dopo che due uomini si fecero avanti per bloccare i movimenti a quella bambina, che non poteva dimostrar più della mia età, quel vigliacco di Bruno si fece avanti, e la violentò sotto ai miei occhi. Fu tutto inutile. Ella si dimenò, si contorse... pianse. Oh, se pianse. Implorò, pregò. Cercò perfino di lottare. Ma non ci fu verso. Solo quando Bruno fu sazio, la bambina tremante, dolorante per terra, con varie ferite e contusioni laddove il Capo Clan l’aveva colpita, egli s’allontanò abbandonandola in pasto ai suoi uomini.

Fu in questo momento che accadde qualcosa che ancora non riesco a spiegarmi. Proprio mentre i due uomini che l’avevano stretta fino a quel momento si disposero a violentarla a loro volta, nei suoi occhi comparve un’espressione che mai avevo visto prima nè in un essere umano, nè in un essere mezzo umano. Era la stessa espressione degli animali... dei predatori. Le iridi le si erano repentinamente venate di un colore rosso sangue. Talmente veloce da non lasciar a nessuno tempo per reagire, lei afferrò il macete a terra, e dopo aver ferito ambedue gli uomini alle gambe, facendoli cadere, li sgozzò. Essi morirono in pochi istanti. D’improvviso qualcosa sembrava essersi impossessato di quel fragile corpo ancora nudo e ancora sanguinante, dandole la forza di un orso.

Bruno, dopo qualche istante di statica paralisi, si voltò verso di me e mi spintonò davanti alla bambina, armato semplicemente di un pezzo di legno appuntito, per distrarla. Lui avrebbe approfittato coi suoi uomini di accerchiarla e ucciderla. Realmente intelligente... no?

Così mi feci avanti, pronto a distrarre la ragazzina. Lei mi vide, e di scatto portò la sua attenzione su di me, fissandomi negl’occhi... e fu in quel momento che qualcosa d’inspiegabile successe. Si bloccò, osservandomi negl’occhi... con espressione di incredulità e di infinito dolore. D’improvviso sembrò essere tornata la bambina fragile e timida di pochi attimi prima. Il color rosso sparì d’improvviso dalle sue iridi. Mi paralizzò. Non fui capace di fare alcunchè... semplicemente rimasi immobile osservando gl’occhi della bambina, che d’improvviso, mi resi conto, erano color dell’oro. Proprio come i miei.

Proprio nel momento in cui il sospetto s’affacciava alla mia mente, tuttavia, lei parve recuperarsi. Prima che chiunque di noi potesse anche solo muovere un dito, lei si voltò, schivò abilmente un uomo di Bruno, macete ancora in mano, senza degnarlo di un’occhiata, e scappò via, veloce come una gazzella, perdendosi nella foresta.

Quella notte, di ritorno alla base, la vendetta di Bruno fu terribile. Diede ad ogni singolo membro del Clan un bastone, e li fece poi disporrere in due file, a formare un corridioio. Io avrei dovuto passare lì in mezzo... se no la morte sarebbe stata certa. Penso sia facile immaginare cosa successe dopo.

Alla fine del trattamento ero ormai quasi in punto di morte. Mi ci vollero quasi due lune per potermi anche solo alzare, nonstante la resistenza alle contusioni e alle fratture della mia razza. Ma nel frattempo avevo deciso che l’avrei fatta finita. Era arrivato il momento di riprendermi ciò che era mio di diritto. Era arrivato il momento di riprendermi la mia libertà. E, di passo, perchè no?... anche la mia vendetta.

Una notte, ancora non del tutto rimesso, mi levai... Aiutato dall’agilità tipica della mia razza, riuscii a scivolare come un’ombra dietro agli uomini di guardia, uccidendoli senza fatica. Poi, come un angelo vendicatore, passai per ogni singola casa... e uccisi tutti quanti. Nel sonno. A volte riuscivano a svegliarsi prima che il colpo calasse su di loro, ma non facevano in tempo a emettere un singolo urlo che erano già morti.

Alla fine rimase unicamente Bruno. Con una sensazione di gioia perversa, mi avvicinai a lui. Lo svegliai con un calcio alle reni. Lui fece in tempo a riconoscermi.... urlò, cercò di alzarsi, ma proprio in quel momento il mio pezzo di legno appuntito gli trapassò da parte a parte la gola, trafiggendogli la giugulare.... nei pochi secondi che gli ci vollero a morire, scalciò come un mulo impazzito in preda al dolore e al terrore... il sangue che gli schizzava dalla gola andava a bagnare tutto, come una rossa pioggia di morte. Io, bagnato da capo a piedi in quel sangue, osservavo la scena. Un sentimento di trionfo e infinita gioia nella mia anima. È uno dei ricordi più belli della mia vita.


Capitolo III

Ciò che successe nei seguenti due anni non ha molta importanza. Mi limitai a vagare sempre per quella foresta, razziando, uccidendo di tanto in tanto, cacciando per poter sopravvivere. Ma mai una volta che io sia stato infelice... mai. Al contrario, ero felice. Finalmente ero da solo. Finalmente stavo prendendo la mia vendetta sul mondo. Finalmente gliela stavo facendo vedere.

Sempre vagando, alla fine, giunsi a una grande città. Tamul, era il suo nome. Col tempo appresi che era la capitale del Regno ove vivevo. Fu uno shock per me vedere d’un colpo così tante forme di vita riunite in un sì grande agglomerato di case e costruzioni... io che ero sempre cresciuto in piccoli villaggi o in foreste... Dopo qualche tempo di diffidenza mischiata a timore, mi ci addentrai... e devo dire che mi piacque. Lì di sicuro non avrei avuto problemi a incontrare cibo, in un modo o nell’altro. Per non parlare di divertimento.

Così mi limitai per i quattro anni che seguirono a sopravvivere di scippi, da semplice ladruncolo qualunque, muovendomi furtivo nei vicoletti della città, ed imparando a capire il suo funzionamento.

Fino al giorno in cui un avviso attirò la mia attenzione. Da vari mesi circolavano le voci di una guerra imminente, contro uno Stato vicino, che voleva appropiarsi delle nostre terre. Sull’avviso era scritto a chiare lettere che si cercavano nuove reclute per arruolarsi in esercito... per difendere la propria patria. In un primo momento disdegnai l’avviso, se non chè un’idea attraversò la mia mente... nell’esercito non solo avrei avuto cibo e alloggio gratis.... ma avrei anche imparato a combattere. Non solo giungere furtivo alle spalle del mio nemico e ucciderlo così, bensì c0mbattere davvero... poter ridere in faccia al mio avversario allo strappargli le budella. Sorrisi. Strappai l’avviso dal muro ove era attaccato, e mi diressi in Caserma.

Fu così che mi arruolai in esercito. La guerra era ormai già scoppiata quando io uscii dal servizio d’allenamento delle reclute, ed entrai a tutti gli effetti nel campo da battaglia. Alla tenerà età, per un mezzosangue come me, di ventisei anni.

Fu così, in esercito, che conobbi una vampira. Ella serviva da anni nell’esercito, ed era ormai una veterana, conosciuta e rispettata da tutti. Non so quale fu il motivo, ma ella decise prendermi come suo allievo. Decise prendermi sotto la sua ala. E insegnarmi tutto quello che sapeva. Il suo nome era Edel.

Il periodo trascorso in esercito fu uno dei più lunghi periodi della mia vita. Per ben sessanta sei anni prestai servizio in esercito, alla difesa di una Patria che mai avrei sentito come mia. E per tutti quei lunghi sessanta sei anni, Edel fu sempre accanto a me .A cambio del mio sangue, di cui ella si nutriva, ella mi dava conoscenza. Inizialmente io fui il suo allievo. Ella mi insegnò tutto ciò che sapeva circa il combattimento a viso aperto, armato e a mani nude. E non solo su quello: ella era anche esperta in agguati e tradimenti. Ben presto mi resi conto che eravamo spiriti affini. A lei piaceva uccidere.

Edel per lungo tempo fu tutto per me. Oltre a insegnarmi le tecniche di combattimento e di agguati, ella mi diede anche un nome. Decise chiamarmi Morion. Significa “Figlio dell’Oscurità”. Oltre a darmi un nome, Edel mi diede pure in dono una spada, forgiata secondo le più avanzate tecnologie dei fabbri dell’epoca. Il suo nome è Nuuruhuine. Il cui nome significa “Ombra di Morte”.

Durante i lunghi anni che servii in esercito, vinsi molte battaglie contro innumerevoli nemici che minacciavano la sicurezza del Regno. Molte volte misi in rotta i miei nemici. Non di rado fui messo in fuga da loro. Sempre accompagnato da Edel. Lunghissimo tempo ella ed io combattemmo fianco a fianco. Innumerevoli furono le volte in cui ella mi salvò la vita, ed io la salvai a lei. Col tempo il sentimento misto di rispetto e affetto che provavo verso di lei mutò radicalmente. Col tempo giunsi ad amarla. Ed ella giunse a ricambiar i miei sentimenti. Fu così che io ed Edel diventammo amanti. Uniti nel Caos e nella Morte sovrana della guerra, in un rapporto di fuoco, sangue e erotica passione. Nulla di più eccitante, eh?

Ma la felicità non esiste. Tutta la vita non è altro che una stretta morsa di puro dolore, violenza e sofferenza, che occasionalmente molla la presa, solo per farci illudere che ci sia qualcosa di buono, e per tornare così a richiudersi con spietata furia sugli esseri mortali.

Era una notte fredda, nella quale sembrava che gli Dei avessero deciso scatenare la loro furia sull’intero mondo, sotto forma di una titanica tempesta. Era anche la notte decisiva. Quella notte sarebbe stato deciso l’esito di una guerra che proseguiva da anni ormai contro un Barone delle Terre del Sud, che s’era ribellato al potere del Regno. Io ero Comandante dell’esercito in quel tempo. L’azione consisteva in un diversivo. Edel, a capo di un piccolo gruppo di circa venti soldati scelti, avrebbe fatto da esca all’esercito del Barone. L’avrebbe portato da me, dall’intero esercito, che si sarebbe chiuso sugli idifesi avversari e l’avrebbe sterminato senza pietà.

Se non chè Edel non arrivo mai. Erano trascorse ore e ore, e di lei nessuna traccia. Decisi allora di andare in avanscoperta, portando con me un piccolo plotone formato da un centinaio di soldati, e lasciando dietro l’esercito.
Ciò che vivi al mio arrivo nella grande radura inondata dal fango, non lo dimenticherò mai.
L’intero esercito nemico era lì... ci aspettava. Un fiume scorreva poco piu in là. Nel terreno antistante l’esercito, esattamente fra questo e dove ci trovavamo noi, erano infissi nel fango circa venti pali appuntiti. In cima ad ogniuno di questi una testa... le teste dei soldati di Edel.
Poi i mei occhi divisarono il mio amore. Ad ella era stato riservato un trattamento speciale. Era stata crocefissa. Nuda, varie ferite sul minuto corpo, abbondante sangue che le colava dalle medesime, nonchè dal sesso. Pareva incosciente. Prossima al, usando il suo linguaggio, Torpore.
Fu la prima volta da che avevo memoria che sentii le lacrime salirmi agli occhi. La scena mi parve d’una bellezza incredibile, bellezza mischiata a infinita malinconia e rassegnazione. E tutto ciò era racchiuso unicamente nella visione di Edel, del suo bellissimo viso senza espressione...

Appena dietro rispetto alla prima fila dell’esercito nemico, al sicuro, v’era il traditore. Un drow. Lo riconobbi non appena vidi il suo volto, dato che stava alle spalle del Comandante dell’Esercito nemico, un demone shignazzante. Il traditore. Il Drow. Osservava con disgustosa espressione gongolante me e i miei uomini pietrificati dallo spettacolo. Incrociò il mio sguardo. E subito, repentino, totalmente improvviso, un odio dirompente, mai provato in tale quantità e con tale violenza, oscurò i miei pensieri. Seppi che non avrei mai potuto vivere in pace finchè non fosse morto.

Un urlo disumano, e prima di rendermi conto che proveniva da me, Nuuruhuine levata sopra il capo, mi stavo già scagliando contro il traditore, unico mio obbiettivo. A stento mi resi conto che al mio gesto, tutto il plotone s’era scagliato dietro di me, essendomi fedele fino alla fine. Svariate frecce mi colpirono, seppur di striscio, mai mortali. Svariati colpi di spada mi colpirono, anch’essi poco precisi, non tali da potermi fermare. Non me ne curai. Il mio obbiettivo era davanti a me. Non lo avrei abbandonato nemmeno fosse l’ultima cosa che facessi. La sua espressione era mutata. Esprimeva profondo terrore innanzi all’inevitabile. Mi venne da ridere. Un colpo di Nuuruhuine al capo, che gli spezzò di netto il craneo, lo uccise. Continuai a infierire sul suo corpo mutilato, fino a che il furore della battaglia scoppiata attorno a me mi travolse.

Combattei. E combattei. Non riconoscevo nessuno. Semplicemente uccidevo, e uccidevo. Accanto a me i miei uomini, con la medesima furia che sorreggeva me, combattevano anch’essi con tutto il loro essere. Di ciò non ero cosciente. L’unica cosa a cui pensavo era raggiungere il corpo di Edel. Sostenerla, starle accanto, baciarla nuovamente... ma non vi riuscii. Alla fine rimasi da solo, troppo stanco, troppo esausto per continuar la battaglia. Caddi in ginocchio. All’osservarmi attorno vidi che tutti i miei soldati erano morti, portandosi con se decine di avversari. Ero rimasto da solo. Un ghigno s’abbozzò sulle mie labbra. Mi sarei suicidato prima di morire per mano loro, o peggio, di diventare loro schiavo. Estrassi i miei due pugnali, impugnandoli a rovescio... posai le lame sulle vene dei polsi. Ancor sorridendo lanciai uno sguardo a Edel. Nuovamente percepii quella sensazione di pacifica, malinconica tristezza e bellezza... Non chiusi gl’occhi. Volevo che lei fosse l’ultima cosa che vedessi. Sferrai il colpo. Nei pochi secondi che mi ci vollero a perdere conoscenza, non distaccai mai lo sguardo da Edel. L’avrei per sempre ricordata cosi. Per l’Eternità.

Caddi per ore e ore in un freddo abisso nero che mi convinsi essere l’Aldilà. Buio, solo infinita oscurità. E freddo. Per tempo che mi sembrò infinito galleggiai in mezzo al buio. Finchè, dopo lunghissimo tempo, giunsi in quella che pareva essere una foresta. Era tutto grigo... irreale. Non v’erano colori. Sembrava tutto sbiadito, sfocato. Tuttavia, per qualche strano motivo, quel posto non mi parve del tutto nuovo. Per cautela, sfoderai Nuuruhuine, per prepararmi ad ogni evenienza. Camminai... per lungo tempo, vagai in quel loco. Finchè giunsi in quella che pareva essere una radura. All’altro estremo da dove ero io, c’era un enorme e lugubre cancello nero, appena divisabile in mezzo alle nebbie. E galleggiante a mezz’aria, stava una specie di vaga ombra, che non riuscivo bene a distinguere a causa della nebbia. Quando mi avvicinai, vidi che si trattava del drow traditore. Furia inmensa, grande odio s’impossessò di me, e cercai di ucciderlo. Se non chè, anche egli pareva essere fatto della stessa nebbia che ci circondava, ed ogni mio colpo non faceva che farlo ridere dei miei vani sforzi. Lentamente, i suoi lineamenti presero a cambiare. Diventarono quelli di un altro drow. Io non l’avevo mai visto, ma ne ero certo. Non c’era il minimo dubbio. Quello era il volto di mio padre.

Proprio nel momento in cui urlo di odio, furia, mista a terrore, disperazione che albergavano in me da innuumerevoli anni trovava sfogo dalle mie labbra, mi svegliai.


Capitolo IV

Stavo osservando un tetto del tutto sconosciuto. Pochi istanti dopo mi resi conto di trovarmi in un letto... coperto, tutte le mie ferite curate e bendate. Cauto, mi levai a sedere... non capivo cos’era successo. Non c’era nessuno accanto al letto. Lentamente, realizzai che ero sopravvissuto, malgrado tutto. Be’, avrei dovuto esser pronto a subirne le conseguenze.
Mi levai tutte le bende. Su ambedue i polsi avevo lunghe cicatrici trasversali. Mi rimisi i miei vestiti, che erano ripiegati con cura in un angolo, ripuliti dal sangue e dalla polvere, e uscii dalla stanza.
Stavo scendendo le scale di quella misteriosa casa, nella quale ancora non capivo come ero capitato, quando una donna mi si parò davanti. Mi sorrise timidamente, e mi chiese, con una voce dolce e musicale, se mi sentivo meglio. Non la conoscevo. Tuttavia aveva qualcosa di familiare. Qualcosa mi disse che non era pericolosa. Annuii.

Risultò essere che ella mi aveva trovato ferito, in punto di morte, e aveva deciso portarmi alla sua dimora per curarmi... aveva perso il lavoro per far ciò, avendo dedicato tutta la sua attenzione a me.
Mio malgrado, decisi rimanere con lei, per ripagarla di quel sacrificio. Qualche giorno dopo, ella mi portò al luogo ove mi aveva trovato. Che non era il luogo ove era avvenuta la battaglia. Immaginai che, dopo che m’ero tagliato le vene, i nemici m’avevano buttato nel fiume... e che ero stato condotto dalle acque fino al luogo dove quella mezzelfa m’aveva trovato. Ciò mi convinse a che probabilmente così l’aveva voluto il Fato.
Per qualche mese rimasi in quella umile casa, facendo lavori, aiutando la mezzelfa, il cui nome, mi rivelò, era Herie, per ripagare il mio debito.

Mesi dopo ella, timidamente, mi dichiarava il suo amore. Per me era poco più che una sconosciuta, anche se m’aveva salvato, anche se avevo ancora, allo star con lei, quell’irritante sensazione di familiarità.
Ci unimmo la stessa notte. La feci mia. Non provavo nulla per lei, eppure la possedetti. Per lungo tempo, finchè alla fine ella, esausta, mi chiedeva, tremante, esitante, di inciderle il mio nome come un tatuaggio, sulla pelle. Lo feci. Non dissi una parola. Afferrai uno dei pugnali che tempo prima m’aveva tagliato le vene dei polsi, ne posai la lama sul fuoco del camino, finchè non fu rosso a fuoco... incandescente, lo posai sulla pelle d’ella, nel medesimo loco ove giacevano le mie cicatrici, e intagliai il mio nome. M o r i o n.
La forte temperatura cauterizzò e cicatrizzò subito la ferita... se non chè ella non supportò il dolore, e svenne... ma riuscì a controllare l’urlo che spontaneo le era salito alla gola.

La notte seguente, lei ancora dormiva. Sul polso sinistro, v’era scritto il mio nome. Morion. Steso al suo fianco, la osservai, oppresso da quella sensazione di familiarità che s’era accentuata dopo la nostra unione.
Decisi che era meglio andarmene... non volevo correre il rischio di innamorarmi nuovamente, com’era successo con Edel. Mai più avrei dovuto provar quel ripugnante sentimento devastante.
Mi vestii, sguainai Nuuruhuine e mi avvicinai a lei, osservanone il minuto corpo scoperto, nudo.. era bello, proporzionato, formoso, pallido e sensuale. Levai la spada, pronto a vibrar il colpo che avrebbe terminato con la vita di Herie. Tuttavia qualcosa, che mai saprò spiegare con esattezza cosa fu, mi impedì di ucciderla. Alla fine, abbassai la spada, e uscii da quella casa, Nuuruhuine ancor sguainata, ancor in mano.

Nei tempi seguenti, l’unica cosa che feci fu mettere più passi possibili fra me e quella casa. Non volevo più rivederla. Mai più. Mi dedicai invece alla mia nuova professione, di mercenario. Professione nella quale mi tornarono molto utili tutte le abilità imparate con tiro con l’arco, combattimento, e strisciar di soppiato per sgozzar improvvisamente le mie vittime.

Il mio desiderio di vendetta contro il mondo era col tmepo sfumato. Non provavo più desiderio di vendetta. Combattervo solo per me stesso. Per sopravvivere. Anche se continuavo dell’idea che presto, gliel’avrei fatta vedere... agli umani. Ai drow. Le due razze che avevano per sempre rovinato la mia esistenza.
Volevo arrivare ad essere forte. Volevo essere forte. Fisicamente, psicolgicamente. Volevo giungere, se non sorpassare, la forza umana. Volevo dimostrare che potevo riuscire ad avere la loro stessa forza fisica. Essere uguale, se non migliore a loro. Così cominciai il mio allenamento. Mi misi ai polsi e alle caviglie lastre metalliche, di poco peso inizialmente, che mai mi tolsi. Feci tutto con le lastre metalliche allacciate, per abituare il mio corpo a quel peso supplementare. Ogni volta che ci riuscivo, che il mio corpo s’abituava, aumentavo il peso, per ricominciare da capo. Sempre. Non me le tolsi mai più.

Per trent’anni vagai da solo, essendo mercenario, assassinando e combattendo a pagamento. Divenni freddo.... chiusi la mia anima, il mio cuore, al resto del mondo. Divenni forte. Nulla più poteva ferirmi. Divenni duro come gelo, calcolatore. Ormai non parlavo che l’essenziale, non mi comunicavo che giusto il necessario. Per trent’anni lavorai al soldo dei migliori offerenti. Da solo. Sempre. Sol il Silenzio mio accompagnatore, la Solitudine mia amante.

Fino a che giunsi a una costa. Negli ultimi tempi avevo visto innumerevoli stranezze.... esseri e creature il cui modo di vestire e di comportarsi erano qualcosa che prima mai avevo visto. Ampi cappelli di giunco conici dall’ampie tese, comode vesti di seta. Ricchezza. Oh, se v’era richezza.
E, altresì,tecniche di combattimento a mani nude e mani armate che mai avevo visto... e contro le quali, mi rendevo conto, non avrei potuto competere. Ero arrivato in Cina. Lo scenario di uno degli episodi più strani, terrificanti et al contempo affascinanti della mia vita. Un episodio che non dimenticherò mai.

Mi trovavo sulle montagne. Ero tornato ai miei antichi, e ormai quasi dimenticati metodi di sopravvivenza. Vivevo di assassinii a sorpresa, di furti. Una mattinata, mi trovavo su uno dei più alti picchi della catena montuosa... da ove potevo vedere quasi il mondo intero sotto ai miei piedi. Uno dei pochi spettacoli per i quali vale la pena vivere. Alba infuocata, poderosa, talmente bella da render l’illusione che fosse il primo giorno del mondo. Sedevo su un masso, osservando lo spettacolo... il gelido vento invernale che implacabile mi sferzava il volto e le membra intorpidite.

Quando mi levai, mi voltai e nuovamente mi diressi verso valle. La nebbia, veloce e imprevedibile, s’era levata, impedendomi vedere a non più di due metri. E per ciò la sua apparizione fu repentina. Mi colse del tutto di sorpresa. Mi lascio senza fiato. E al contempo pervaso da profondo terrore che sconvolse finanche il più profondo angolo della mia anima.

Era enorme. Il suo flessuoso corpo muscoloso dalle squame di un dorato risplendente quanto innaturale si perdeva nella nebbia, ma avevo la sensazione che corresse per metri e metri. Dalle sue nari grandi ogniuna quando il mio pugno, si levavano nuvole di fumo incandescente ogni qualvolta egli espirava. I suoi grandi occhi gialli, talmente penetranti da sembrar in grado di scavare fino al centro stesso del mio cuore, delle mie ossa, et al contempo pervasi da profonda, maligna quanto quasi irraggiungibile intelligenza predatrice, era puntato sui miei. Non mi permettevano stogliere lo sguardo da essi. Ero assolutamente paralizzato.
Era un Drago. I suoi artigli giganteschi, ogniuno lungo quanto il mio avambraccio e posti al termino delle anteriori zampe muscolose che sembravano colonne, raschiavano il terreno, ferendolo profondamente, sostenendo il peso della sua enorme mole.

La sua semplice vista mi lasciò dentro una tale sensazione di impotenza, disperazione e terrore di fronte all’inevitabile da lasciarmi assolutamente sconvolto. Benchè fosse immobile. Benchè si limitasse, statuario, a osservarmi. E benchè stessi a almeno sei metri da egli, chiarissimamente udivo, come percepivo, i fiotti d’aria bruciante emessi dalla sua continua e lenta respirazione.

Non potei fare niente. Ero un semplice essere mortale in sua completa balia. Non potevo fare niente. Non avrei mai potuto fare niente. Sarei rimasto in eterno schiavo di quegli occhi che penetravano i miei con malignità e irraggiungibile scaltrezza... e che al contempo, lo capivo, con divertimento. Divertimento di fronte alla mia impotenza, alla mia piccolezza, al mio timore. Occhi che mi paralizzavano.

Non so perchè lo fece. Non saprò mai perchè lo fece. Ma alla fine, dopo tanto tempo da sembrarmi che nel frattempo tutte le altre creature vive erano morte, tutti i Regni distrutti, e che ormai fossimo rimasti solo noi due in tutto il mondo, decise lasciarmi andare. Il suo sguardo abbandonò il mio, lasciandomi libero, permettendo alle mie membra rilassarsi e tornare in mio possesso. Si voltò. E scomparve nella nebbia. Soltanto dopo un tempo che mi sembrò infinito potei tornare a muovermi... e mentre mi accingevo e continuare il mio cammino verso valle, sconvolto nel profondo della mia essenza, lo udii: alto nel cielo, lontanissimo, un potente ruggito devastante giunse alle mie orecchie, seppur la nebbia mi impediva vedere da dove proveniva. Era un grido di guerra, di sfida, di rabbia e odio.

Molti furono i giorni che mi ci vollero per tormare alla mia antica vita. Non potevo dimenticarlo. Non avrei potuto dimenticarlo. Sarei rimasto suo schiavo in eterno. Ma dovevo tornare a vivere. Fu così che mi imbarcai in un mercantile diretto verso una terra da me sconosciuta, grazie al commerciante che aveva così gentilmente e spontaneamente accettato di interpretare il ruolo del mio carceriere.

Quando sbarcai, dopo aver diligentemente provveduto a uccidere il mio presunto padrone, mi trovai in un grande porto popolano da molte genti, prevalentemente umani. Essi erano piuttosto diversi dagli umani dall’altro lato del mare, seppur evidente avevano certa somiglianza. La maggioranza non erano che semplici contadini, ma vedevo aggirarsi fra le stradine di terra battuta quelli che parevano essere guerrieri. Portavano i capelli lunghi, legati, a volte a semplice coda di cavallo, a volte in elaborate crocchie sulla sommità della nuca. Ai fianchi portavano spade stranamente ricurve, come sottili. In seguito appresi che essi venivano chiamati Samurai. Ero giunto alle Terre di Amaterasu.


Capitolo VII

Chiaro mi fu dal principio che anche qui non avrei potuto sopravvivere in altro modo che non di furti, nascosto, mai in centri urbani, sempre da solo, isolato. Codesti cosiddetti samurai sembravano umani del genere che mai prima avevo visto. Una potenza e velocità, nonchè agilità straordinari, mai visti da me prima in degli uomini. Guerrieri eccezionali. Ma nessuno di loro se ne vantava. Nessuno di loro utilizzava le proprie capacità per spadroneggiare o tiranneggiare. Sembravano tutti attenersi a un rigido codice di onore, compassione per i deboli, e rispetto financo per i propri nemici, e fu ciò a lasciarmi maggiormente sorpreso. A me fin da sempre era stato insegnato che non bisogna avere pietà per i propri nemici. Che essi devono morire. Semplice carne da macello. Invece i suddetti Samurai li trattavano con estremo rispetto. Come esseri a loro pari.

Circa due anni furono quelli in cui mi limitai a vagare per le Terre di Amaterasu, cercando sempre di mantenermi allontanato da villaggi, vagando in mezzo alle foreste di bambù che abbondavano in quei lochi, attaccando soprattutto sperduti viaggiatori. E sempre di sorpresa. Sempre a tradimento. Non molto onorevole, direi. Forse in quel periodo i famosi samurai avrebbero potuto avere qualcosa da ridire sul mio atteggiamento.

Un giorno, circa verso mezzogiorno, giunsi nei pressi di un piccolo villaggio in mezzo alle montagne, all’apparenza piuttosto lontano da ogni grande centro urbano. Sembrava essere un villaggio a sè funzionale. Era un villaggio popolato sol di samurai. Essi erano i contadini, i servitori, i difensori, e i padroni della comunità. Fra donne, uomini e bambini, funzionava tutto in perfetta armonia ed efficenza. Non so cosa fu ciò che mi fece attuare. Ma decisi restare nei dintorni.

Una sera, stavo dormendo del sogno dei mezzosangue, in mezzo alla foresta, seppur mai di troppo discosto dal villaggio, sogno che permette a tutti i sensi permaner allerta, come i gatti, quando di soprassalto, qualcosa mi constrinse a svegliarmi. Ciò che per prima cosa vidi fu un’elfa. Riconobbi subito la razza, seppur questa esemplare era avvolta nelle tuniche che avevo visto utilizzare alle donne del villaggio, e si muoveva coi medesimi aggrazziati gesti. Non capii come ella fosse riuscita a giunger sì vicino a me. Era evidente che le mie difese erano state ben più basse di ciò che m’ero immaginato.

Non parve per niente sorpresa quando fissai lo sguardo nei suoi occhi dalle violacce iridi. Evidentemente era lì da già non poco tempo. Ero turbato. Estremamente. E irritato. Tuttavia l’elfa, prima che io potessi dire o fare qualcosa, mi salutò... e, dopo aver visto il mio stato, gl’abiti sporchi e strappati in più punti, mi invitò a seguirla al villaggio. Forse avrei dovuto rifiutare. Non saprò mai perchè in quel momento lo feci. Ma la seguii.

Quando giunsi al villaggio, l’elfa, del tutto ignorando le incuriosite occhiate degli uomini che invece io osservavo con cautela, diffidenza, e ira mescolata a timoroso odio, essendo tutti loro umani, mi portò a una grande dimora in cima a una collina. Dopo esser entrati nel grande giardino, circondata da bassa staccionata di legno, giungemmo al varco, porta scorrevole di sottile carta di riso dagli infissi in legno. Si levò i sandali, e, prima che potessi entrare a mia volta, con semplice occhiata mi costrinse a fare altrettanto.

Il mio incontro col Capo Villaggio Konzen Hworang Shinmei fu estremamente formale, lungo, e colmo di rara cortesia. Per prima cosa, prima pur di loquir o conversar, mi invitò ei a una tazza di thè alle erbe, che sia egli che l’elfa al mio fianco bevvero in silenzio, quasi fosse per loro sperimentato ed essenziale rituale da sempre rispettato e al quale si attenevano rigorosamente.

Indi giunse il momento della conversazione. Il Capo Villaggio per prima cosa mi diede il benvenuto. Mi chiese cosa mi portava di visita al loro villaggio. Io risposi. Si mostrò estremamente, seppur pacatamente, interessato all’apprendere che provenivo dal continente, e volle che gli raccontassi la storia della mia vita.

Fu una lunga conversazione. Sia l’umano che l’elfa dimostravano concentrata attenzione quando io raccontavo loro di ciò che avevo visto, di ciò che avevo vissuto. Raccontai loro tutta la mia vita da che me la ricordavo. Solo una cosa lor non raccontai: il mio incontro col grande Drago Dorato. Quello era un ricordo che ancora mi faceva venire i brividi. E un segreto che mi sarei portato alla tomba.

Alla fine, ei molto cordialmente mi invitò a rimanere con loro al villaggio. Mi disse che avrei potuto abitare la casa dell’elfa, che dimorava da sola, e la cui casa era abbastanza grande da permetterci ai due vivere senza difficoltà. Ero estremamente scettico, ma l’elfa accettò senza riserve, limitandosi ad annuire, e a compagnar il gesto del capo con accennato inchino. Indi ce ne andammo.

Loro due furono gli unici in tutto il villaggio che conobbero la mia storia. Con gli altri umani parlavo poco. Non avevo dimenticato l’odio profondo che dentro di me albergavo nei confronti dell’umana razza. Il Capo Villaggio Konzen Hworang Shinmei era l’unico con cui fossi disposto a conversare, scambiare opinioni, ricordi e pareri. Lui e l’elfa della quale ero ospite, che , come presto appresi, nemmeno lei era originaria del loco, e il cui nome era Sherasad.

Lungo fu il tempo in cui rimasi in quel Villaggio. Per trent’anni ivi alloggiai. Col tempo divenni intimo amico del Capo Villaggio, e giunsi a fidarmi della piccola elfa. Eravamo, io e lei, a tutti gli effetti una famiglia. Io mi occupavo di coltivare il piccolo orto dietro alla abitazione, badando ai lavori manuali più pesanti, mentre lei si preoccupava delle faccende domestiche. Molti furono gli anni in cui in tale situazione permanemmo, essendo null’altro che amici. Nel frattempo cominciai a prendere lezioni di combattimento dal Capo Villaggio. Ei mi fece forgiare per indi darmi in dono una di quelle ricurve spade agili della cui capacità tuttavia io dubitavo, e vi fece intagliare sulla lama, vicino al guardamano, il mio nome, in caratteri del loco. Su un lato v’era scritto il mio nome, Morion. Sull’altro il nome della spada. Edel.

Col tempo, aiutato in ciò dalle mie mezzelfiche caratteristiche d’agilità e velocità, cominciai ad apprendere il modo di combattere del posto, imparando altresì ad apprezzare appieno le spade, il cui nome, appresi, era katana, e il cui potere di tagliar non assomigliava a null’altro che io avessi visto. Col tempo divenni io stesso maestro nell’arte. Cominciai a vivere come un samurai. E a vestirmi come un samurai.

La piccola Sherasad, tuttavia, un giorno mi dichiarò il suo amore, che fino ad allora aveva mantenuto segreto. Non sapevo cosa dire. M’ero affezionato a lei. Ma non l’amavo. Non avrei potuto più amare nessuno come avevo amato Edel. Semplicemente non avrei più amato. Non in quel modo. Tuttavia anche per lei provavo qualcosa. Non era amore. Era... profondo affetto. E gratitudine. Le volevo bene. E chiunque avesse voluto farle del male, avrebbe dovuto vedersela con me. La feci mia, in corpo, in anima. La feci mia consorte.

Lento era stato il cambiamento che aveva avuto luogo in me. Non ero più sì freddo e distaccato come prima. Stavo rinascendo. Come un altro essere. Non più dalle abitudini sanguinarie, non più solo. Avevo insieme a me mia moglie, verso la quale nutrivo un profondo senso d’attaccamento e d’affetto. Avevo un amico.
Non ero più un mezzosangue rinnegato di un Regno sperduto dell’Ovest. Ero un Samurai delle Terre di Amaterasu. E come tale vivevo. Decisi rinominarmi. Ribattezzarmi. Morion non era più un nome che si addicesse a me.
Col tempo ripresi a ricordare il mio passato privo ormai dell’odio e della paura che istintivi nascevano quando pensavo in esso. Ricordai l’anziano Frederick e le sue storie. Decisi chiamarmi Thaliorod.

Fu così che trascorsero trent’anni della mia vita in pace.... felice. Finalmente sereno. Avevo una fa-miglia. Una donna che mi amava. Un amico col quale convidere esperienze e vicissitudini. Konzen ammirava la mia longevità e quella di Sherasad, che, in quanto umano, non avrebbe mai potuto eguagliare. Aveva vissuto circa un quarto di quello che avevo vissuto io. Ma mentre a me aspettavano ancora secoli e secoli di vita, egli aveva sorpassato ormai la metà della stessa.

Tuttavia voleva il destino che non giungesse a vedere i suoi nipoti. Konzen era un grande samurai, saggio, caritatevole. Aveva tre figli, i primi due maschi e la terza femmina. Vuole il codice dei samurai che il primogenito sia colui che ripercorra i passi del padre ed erediti il suo titolo di samurai. Ma lo stesso codice afferma che se il padre non è soddisfatto del primogenito può scegliere qualsiasi degli altri figli. Così come se non è soddisfatto di nessuno dei suoi figli, può adottare.
Fu ciò che fece il nobile Konzen. Durante un viaggio alla capitale Kyoto, aveva trovato un bambino, abbandonato. Non aveva più di sei mesi. Aveva deciso prenderlo con sè. E lo battezzò Tetsu Heinachi Shinmei. Io ero lì, nel momento in cui decise che egli sarebbe stato il suo successore. Ero lì, insieme a Sherasad, il giorno in cui, cinque anni dopo, cominciava per il piccolo Tetsu il lungo periodo di addestramento che avrebbe culminato ai quindici anni di età, quando sarebbe diventato un samurai.

Ero lì altresì il giorno in cui il nobile Konzen, che, per quanto forte spiritualmente, non era invincibile, si ammalò mortalmente. Di tubercolosi. Nel suo letto di morte, c’ero solo io, e sua figlia minore, sua figlia di sangue. Il piccolo Tetsu non sapeva della malattia del padre. E gli altri due l’avevano ormai abbandonato da tempo.

Ero lì, quando Konzen, come ultimo desiderio, volle che fossi io, come suo più intimo amico, a continuare, in sua vece, l’allenamento del piccolo Tetsu. E così feci.

Poco tempo dopo, quando ormai anche la bambina, l’ultima Shinmei di sangue, se ne fu andata, il piccolo Tetsu, che aveva ormai quindici anni, ed era il legittimo erede del titolo di samurai della stirpe Shinmei, divenne finalmente a tutti gli effetti un samurai. L’ultimo della stirpe Shinmei. Nonchè futuro Capo Villaggio, come suo padre prima di lui.

Avevo fatto di tutto perchè, negli ultimi anni nei quali il suo addestramento era stato affidato a me, crescesse come aveva voluto Konzen. E al vederlo indi, ricevendo la spada che sarebbe divenuta la sua anima, e che l’avrebbe accompagnato per il resto della sua vita, che era altresì la spada del nobile Konzen stesso, mi sentivo orgoglioso di lui. Avrei voluto che il mio antico amico avesse potuto vedere suo figlio in quel momento. Lo so, troppo sdolcinato. Che volete farci?

Be’, che dire? Il tempo passò. Tetsu cresceva. Diventava un adolescente, poi un adulto. Passò da essere mio allievo ad essere mio amico. La sua abilità con la spada era realmente stupefacente. Era in tutto e per tutto similare a quella di suo padre. Era ormai l’unico nel suo villaggio a simboleggiare per me una sfida, essendo io avvantaggiato rispetto agli umani in quanto a agilità e velocità. Così trascorsero gli ultimi anni della mia permanenza nelle Terre di Amaterasu.

Fino a una notte, nella quale, inesorabile come il Fato stesso, il mio passato tornà da me. Sprofondandomi nuovamente nella disperazione. E nella solitudine.

Era notte fonda. Una notte d’estate, calda, nella quale le cicale frinivano tutt’intorno. Io mi stavo allenando nel cortile dietro casa, mentre mia moglie dormiva sonni tranquilli.

Erano in molti. Un esercito. Arrivarono in mezzo alla notte, distruggendo e bruciando tutto al loro passaggio... così come un’onda di maremoto s’abbatte sulla indifesa terra e la priva d’ogni forma di vita, così loro distrussero tutto nella loro scia. Essi erano drow. Un Clan di drow rinnegati... gli stessi che a suo tempo avevano attaccato uno sperduto villaggio d’umani in mezzo al bosco.

Corsi in strada. Nuovo odio, fiamma la cui brace era rimasta inosservata e quasi spenta in fondo al mio cuore, avvampò nuovamente. Combattei, insieme agli altri guerrieri, per respingere gli invasori. Mi sarei vendicato. Di tutta una vita di sofferenze. Di tutta una vita che mai avrei voluto. Non mi interessava sapere se quelli erano gli stessi di cento ottanta anni prima. Coloro che, a modo loro, avevano provocato la mia venuta al mondo. Non mi interessava. Sapevo solo che erano Drow. E che stavano cercando per l’ennesima volta di rovinarmi l’esistenza.

Ma repentino, e alle mie orecchie talmente forte da sembrarmi il lamento di tutte le creature del pianeta, giunse al mio udito il grido di richiesta d’aiuto di mia moglie. Sherasad.
Il mondo sembrò raggelarsi. Il tempo fermarsi. Corsi verso la mia casa.... mia moglie giaceva a terra, addossata a una parete, spogliata delle vesti strappate, i cui lembi si stringeva disperatamente addosso. Era in lacrime. Di fronte ad essa, uno dei drow, torreggiava sopra di lei. Al mio giungere egli si voltò.
Non saprò mai come descrivere quel momento. Posso unicamente dire che il tempo, nuovamente, parve raggelarsi. Come in sogno, osservai il volto della creatura. Perchè quello era un volto che già prima avevo osservato. In un sogno, o incubo. O magari l’Aldilà. Quello era il volto di mio padre.

Non posso raccontare con certezza cosa accadde dopo. So solo che per brevi attimi mi resi conto di venir bruciato vivo da una fiamma nera incandescente di odio, ira e desiderio di vendetta senza limiti. A stento la riconobbi. Subito dopo la mia memoria è in bianco. Vaghe immagini... sangue che schizza... che bagna il volto di mia moglie, mescolandosi alle sue lacrime. Il mio sangue? Forse. Urla. Di odio. Di disperazione. Pianti.

Quando tornai in me, mi resi conto di botto, assolutamente d’improvviso, d’essere sopra Sherasad... la mia katana, Edel, era spezzata, un taglio netto la terminava a circa venti centimetri dalla tsuba. Ed era a pochi millimetri dalla gola di mia moglie. La stavo reggendo io. Con la sinistra bloccavo Sherasad a terra, le impedivo d’alzarsi. Il suo volto era una maschera di lacrime mischiato a sangue. Ma qualcosa, probabilmente il colore dei miei occhi, nuovamente tornati dell’usual color oro puro, le fece comprendere che ero tornato in me. Per terra, in mezzo alla stanza, una massa sanguinolenta di ossa, carne e vestiti. La parte restante della mia spada era in frantumi, sparso per tutto il pavimento. Avevo fatto in tempo a riconoscere l’ultimo rimasuglio d’un ombra... un’ombra di felicità. Ma che aveva oramai lasciato posto a una disperazione senza limiti. Non potevo tornare a cominciare. Non dopo questo.

Mi voltai e fuggii proprio nel momento in cui Sherasad pronunciava, incerta, il mio nome. Il mio nome. Thaliorod. Il nome d’un io che mai sarebbe tornato. Non mi voltai. Continuai a correre. Fuori era una scena di Caos. Le case bruciavano, ma gli invasori erano stati respinti. Non me ne curai. Quasi non lo vidi. Semplicemente correvo. Correvo come la notte nella quale ero fuggito dal mio villaggio natale. Incosciente di tutto e di tutti. Incosciente delle varie ferite che avevo in corpo e in viso. Fu così che abbandonai l’unico loco nel quale ero stato realmente felice.

I seguenti due anni furono anni di eterno vagabondaggio. Tornai ad Ovest. Abbandonai le Terre di Amaterasu. Uccisi, rubai. Vivevo di ciò che potevo. Potrei dire che mi mantenni in vita per puro masochismo. O sadismo, verso il mondo, non saprei. Sapevo solo che, nonstante la mia inmensa disperazione, inmensa voglia di morire, avrei dovuto vendicarmi. Non sapevo di chi. Dovevo uccidere. Diffondere il Caos. Ero ormai una povera creatura mezzosangue fra l’antropomorfa e l’animale che si nutriva di ciò che poteva. Talvolta mi nutrivo di carogne di altri mezzelfi, umani o drow. Non mi interessava. Decisamente credo che quello fu il periodo nel quale toccai il fondo. O per lo meno il punto più basso, in tutta la mia vita. Non provavo più sentimenti. Non provavo più nè rabbia, nè felicità, ne delusione, nè tristezza. Solo odio. Odio la mattina quando mi svegliavo. Odio mentre mi nutrivo. Odio mentre mi lavavo. Odio mentre cacciavo la mia seguente vittima. Odio mentre camminavo. Odio un attimo prima di addormentarmi.

Per monti e pianure vagai, per boschi senza fine e aridi deserti. Fino a che un giorno, dopo mille sentieri tutti uguali, paesaggi disperatamente identici, levai lo sguardo. Ivi, su una montagna, una città svettante fra le nebbie. All’avvicinarmi ai cancelli, a caratteri dorati, lessi una scritta:

Gran Ducato Di Extremelot